TheOneMilano 2024, l’intervista al CEO Elena Salvaneschi

TheOneMilano 2024, le nuove tendenze del prêt-à-porter e dell’outerwear, tra eleganza discreta e recupero sostenibile

Nato nel 2017 dalla felice fusione tra Mipap (Milano Prêt-à-Porter) e Mifur (Salone internazionale della pellicceria e della Pelle), TheOneMilano è il salone internazionale dedicato all’outerwear e al prêt-à-porter e si pone come scopo quello di valorizzare e promuovere le proposte slow fashion creative di aziende virtuose selezionate, sottoposte a rigorosi standard in ordine all’utilizzo dei materiali e alla sostenibilità delle produzioni.

Abbiamo parlato con l’amministratore delegato di TheOneMilano Elena Salvaneschi, che ci ha raccontato le novità e le sfide della prossima edizione, dal 18 al 21 febbraio 2024 a FieraMilano.

Quali saranno i punti chiave dell’edizione del salone TheOneMilano 2024?

Quest’anno un forte accento sarà posto sui capispalla. Per l’abbigliamento invernale, sono sicuramente un banco di prova importante. Devono essere di qualità, devono possedere delle caratteristiche intrinseche anche a livello di materia prima, perché devono proteggere dal freddo, dalla pioggia, devono essere semplici e comodi da usare, anche in situazioni di necessità impreviste. E soprattutto devono adattarsi perfettamente alla forma del corpo di chi li indossa, senza essere troppo stretti o troppo larghi. La vestibilità perfetta è essenziale, perché permette di avere comfort, eleganza e libertà di movimento. Se i capispalla sono troppo stretti, possono creare tensione o fastidio sulle maniche o sulle spalle, se troppo larghi, possono sembrare informi o cadenti. Capi che non lasciano liberi i movimenti non sono funzionali né belli da vedere né da indossare. Il know how per produrre capispalla di alto valore è sicuramente un attributo comprovato del Made in Italy, tuttavia anche molte aziende internazionali di altre provenienze sono state selezionate perché rispondevano a questo tipo di standard. Come salone internazionale, TheOneMilano ha il 50% di espositori italiani e un’altra metà di espositori esteri; tutti esperti e competenti in questo ambito. Del resto, ci siamo resi conto che nel panorama delle fiere internazionali mancava una fiera dedicata completamente all’outerwear, e l’abbiamo creata. TheOneMilano non è solo questo, si troveranno anche collezioni più complete di prêt-à-porter, ma con una forte propensione all’outerwear. In tessuto, pelle, pelliccia… di qualsiasi materiale.

E per quanto riguarda i trend del momento, quali tendenze animeranno i padiglioni del Salone TheOneMilano?

Le tendenze saranno due, entrambe a loro modo specchio della nostra contemporaneità. La prima è il quiet luxury, uno stile caratterizzato dalla qualità e dal minimalismo, pulizia di forme e di volumi accompagnata dalla massima attenzione ai dettagli e alla qualità. Un lusso soltanto suggerito, non dichiarato, privo di ostentazioni, che si allinea con garbo allo spirito dei tempi. Uno stile di eleganza discreta che attraversa le frontiere ed è modello di ispirazione per figure iconiche. Come l’attrice americana Gwyneth Paltrow, per citarne una, che incarna un immaginario di raffinatezza senza eccessi. I nostri espositori hanno accolto con entusiasmo questa tendenza, consapevoli del fatto che per i consumatori l’outerwear rappresenta un investimento di valore e il suo utilizzo non può essere limitato a una singola stagione.

La seconda tendenza cui ho accennato è molto più forte, e trova risonanza soprattutto fra i giovani. Si abbandonano i colori tenui e pastellati del quit luxury per farsi travolgere dalla forza del colore e la vivacità delle tinte più accese: sto parlando del Gorpcore, uno stile di riconnessione dell’uomo con la natura che richiama l’abbigliamento sportivo impreziosendolo con un tocco fashion. Piumini, giacche a vento e giacconi da esterno simili a felpe, con una vestibilità easy, in una perfetta fusione di funzionalità e glamour.

Qual è la sua visione del futuro di TheOneMilano e del settore pellicceria in generale?

Il settore pellicceria è uno dei capisaldi del nostro theOneMilano, da sempre, da quando è nato il salone e ancora si chiamava Mifur, prima dell’unione con Milano Prêt-à-Porter. Il settore pellicceria ha attraversato parecchie difficoltà che è inutile negare, particolarmente legate a discussioni circa l’utilizzo delle materie prime. Tuttavia, in questo momento, stiamo assistendo a una rinnovata vitalità del settore, a un revival del prodotto, necessariamente dotato da caratteristiche definite e precise. Fortemente richieste dai consumatori.

Il cliente è sempre più consapevole e si assicura che i prodotti rispondano a determinate caratteristiche, prima di acquistarli.

Esatto. I consumatori, soprattutto i giovani, a oggi molto attenti e informati, vogliono una garanzia della certificazione del prodotto che parta dagli allevamenti per arrivare al capo finito in negozio. Certificazione che esiste e si chiama Furmark. Documentando la tracciabilità, questo sistema di certificazione per le pelli naturali e garantisce la sostenibilità di tutti i processi, dall’approvvigionamento delle materie prime alla produzione, al consumo e allo smaltimento, in modo da fornire al cliente finale un chiaro quadro riepilogativo dell’iter produttivo, dal trattamento dell’animale all’attenzione al lavoratore, all’impatto ambientale prodotto dalla conceria. Una certificazione globale che garantisce a chi compra in negozio che il prodotto rispetti tutti i rigorosi standard richiesti.

La crescente attenzione dei consumatori verso i prodotti naturali ha dato un grande impulso a questa tendenza. Si riesce meglio a comprendere, infatti, che prodotti naturali come il lino, il cotone e altre materie prime, offrono una biodegradabilità nettamente superiore rispetto a qualsiasi prodotto sintetico. Questo fattore, unito alla consapevolezza dell’impatto ambientale negativo della plastica, sta influenzando le scelte di acquisto di una fascia sempre più ampia di persone, non solo dei giovani, ma anche dei consumatori più adulti.

Nell’ambito della pellicceria, anche il ricorso al vintage può configurarsi come forma tangibile di impegno verso un consumo responsabile e la volontà di ridurre l’impatto ambientale?

Certamente. Il vintage non è solo una moda, ma anche recupero di prodotti che conservano storie, emozioni, ricordi, altrimenti destinati alla discarica. C’è una grande richiesta della pelliccia vintage, soprattutto, ancora, da parte dei più giovani. Recupero che nasce da prodotti dotati necessariamente di una caratteristica fondamentale e oggi molto richiesta: la durabilità.  In questo momento il fast fashion è spesso giustamente accusato di essere il problema principale delle problematiche riguardanti la sostenibilità del settore Moda nel mondo e, per conseguenza diretta, uno degli elementi dell’ecodesign promosso dall’Europa è proprio il concetto di durabilità. Se un capo si può rifare vuol dire che è durevole, altrimenti non sarebbe possibile recuperarlo. In fiera avremo una bella area dedicata al vintage e al riutilizzo, metodo con cui dal materiale di capi vecchi se ne ottengono di nuovi. Un’area solo culturale, non commerciale, dove alcuni ragazzi, giovani creativi di una scuola di Moda romana, verranno a proporre la loro creatività applicata al vintage, presentando progetti e bozzetti per il riutilizzo di capi. Avremo ospite anche Saga, un importante produttore di pelli del nord Europa che arriva con un artigiano per dimostrare come da una pelliccia classica – quella della nonna, per intenderci – si possa ottenere la famosa giacca a vento di cui parlavamo prima. Mostrandolo dal vero, in fiera, dando prova di come le pellicce si possano smontare, rifare e possano essere passate da madre in figlia. Ma in maniera moderna.

La pandemia ha segnato un momento di stallo, di incertezza un po’ in tutti gli ambiti. Come sta reagendo il settore della Pellicceria?

Si sta riprendendo, a fatica ma si sta riprendendo. Purtroppo il settore è formato da imprese piccole e familiari, che non hanno avuto solo il problema della pandemia.  La calamità della guerra Russo-ucraina è stato un altro durissimo colpo. Per la Pellicceria la Russia era il primo mercato e l’Ucraina il secondo, ed è chiaro che attualmente sono mercati persi completamente. Le aziende ne stanno aprendo a fatica altri, ma è complicato. In fiera quest’anno avremo 40 buyer che arrivano dai paesi “Stan”, poi dal Canada, dalla Corea, ma non è facile per imprese così piccole internazionalizzarsi.

In un contesto tanto agitato come lo scenario mondiale attuale, in che modo il settore sta comunicando la pelliccia come materiale naturale, elegante e senza tempo?

Lo stiamo comunicando, ma con grande difficoltà. Le comunicazioni provenienti dai produttori vengono spesso percepite esclusivamente come finalizzate alla promozione commerciale. Al contrario, le comunicazioni radicate in un’ideologia hanno maggiori probabilità di essere effettivamente veicolate e di ottenere spazio sui media.

Stiamo puntando sui concetti dell’ecodesign, della biodegradabilità e sulla durabilità. Sul fatto che è vero che utilizziamo una risorsa animale, questo è incontrovertibile, ma la utilizziamo all’interno di regole molto rigide, molto controllate, molto precise. Sicuramente un consumatore può decidere di non usare nulla di derivazione animale, compresa la carne per nutrirsi, è suo diritto; però c’è anche chi, alla luce delle garanzie e delle certificazioni ricevute, si convince della bontà dei processi ed è invogliato ad acquistare il prodotto. E non si può colpevolizzare.
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Elena Salvaneschi

Elena Salvaneschi

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